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Curiosità su Padova, la città dei tre “senza”


Ricca di storia e di tradizione, la bella Padova oltre a offrire numerose attrazioni turistiche di tutto rilievo (basta nominare la Cappella degli Scrovegni e i suoi affreschi di Giotto per zittire seduta stante i detrattori), nasconde -a dire il vero neanche troppo- una serie di curiosità che la rendono ancora più interessante agli occhi dei visitatori, ma anche dei padovani stessi. Scopriamone alcune insieme: se poi siete a conoscenza di altre, per favore integrate nei commenti!

La città dei 3 “senza”
Un santo senza nome, un prato senza erba e un caffè senza porte. Queste sono le 3 “mancanze” famose di Padova. Nel corso degli anni, c’è chi si è poi divertito a trovare altri “senza”, ma senza gran successo.

Cominciamo dal santo: secondo voi chi è il santo senza nome? Sant’Antonio, ovviamente! Il frate francescano visse gli ultimi anni della sua vita a Padova, dove poi morì. In vita fu amatissimo dai padovani, in particolare dai ceti meno abbienti per la sua lotta contro corruzione e strozzinaggio; da morto è diventato veneratissimo, basti pensare che ogni anno a Padova arrivano circa 3 milioni di pellegrini per venerare le sue reliquie custodite nella Basilica a lui dedicata. Per i padovani Sant’Antonio è semplicemente IL Santo, come Padova è la Città del Santo e la basilica di Sant’Antonio è la Basilica del Santo. Non c’è quindi bisogno di specificare che si tratta di lui, l’amatissimo Sant’Antonio, è scontato!

A Padova le piazze di certo non mancano, ma la più grande e famosa della città è Prato della Valle, Prato e basta per gli amici. Una piazza dalle dimensioni imbarazzanti: poco meno di 90mila metri quadri, ‘na robetta così insomma, che la classifica come piazza più grande d’Europa, seconda solo alla Piazza Rossa di Mosca. E se oggi in loco vediamo dell’erba, non sempre è stato così: in passato l’erba non era pervenuta e il toponimo pratum voleva indicare un ampio spazio utilizzato per scopi commerciali (che sì, poteva essere ricoperto d’erba, ma non necessariamente). Ecco spiegato il perché del prato senza erba 😉

Passiamo quindi al caffè senza porte. Non possiamo che riferirci a una vera e propria istituzione di Padova: il Caffè Pedrocchi, il caffè per eccellenza della città, dove tutti almeno una volta sono stati (magari a bere un Pedrocchino, la squisita specialità della casa). Il Caffè Pedrocchi, oltre a essere uno dei posti migliori a Padova in cui consumare qualcosa (le sale interne sono uno spettacolo e il dehors nelle giornate di bel tempo è piacevolissimo) ha rivestito in passato un ruolo politico e culturale di rilievo: è qui che si davano appuntamento intellettuali, studenti, professori e politici. Non solo un luogo di intrattenimento, quindi.
L’appellativo caffè senza porte gli viene affibbiato perché in passato era effettivamente aperto 24h, non esistevano ore di chiusura insomma. Solo nel 1916 iniziò a chiudere la sera per una questione logistica: le luci del locale potevano essere utilizzate dagli austriaci come riferimento durante i bombardamenti della città. Del Caffè Pedrocchi (e degli austriaci!) torno a parlare qualche riga sotto.

La prima donna laureata al mondo
Padovani gran dottori dice il proverbio. E fin qui nessuna novità: è risaputo che l’Università di Padova sia una delle più antiche del mondo nonché più prestigiose e che abbia visto transitare dalle sue aule menti eccelse.
Ma sapevate che proprio qui si è laureata la prima donna al mondo? Ebbene sì, l’Università di Padova vanta un primato mondiale, non soltanto italiano. Lei è Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, classe 1646, enfant prodige di una nobile famiglia veneziana che già da piccola dimostrò di avere un’intelligenza sopra la media. La ragazza era molto determinata a laurearsi in teologia e presentò regolare iscrizione all’Università di Padova, sostenuta in tutto e per tutto dal padre. A quell’epoca ancora nessuna donna aveva mai osato laurearsi e qualcuno cercò di impedirlo pure a lei. Questo qualcuno era il vescovo di Padova e cancelliere dell’Università, Gregorio Barbarigo. La motivazione? Sarebbe stato uno sproposito dottorar una donna e avrebbe significato renderci ridicoli a tutto il mondo (dopotutto la donna è “inferiore” rispetto all’uomo, giusto?). Nonostante ciò alla fine Elena riuscì a laurearsi all’età di 32 anni ma la laurea le venne concessa in filosofia e non in teologia (mentre in anni più recenti il lungimirante Gregorio Barbarigo venne fatto santo).
Il destino di Elena fu però un po’ beffardo: in quanto donna non poté mai esercitare l’insegnamento e morì per una grave malattia a soli sei anni dalla laurea. Da ultimo, va purtroppo ricordato che, nonostante sia un orgoglio tutto made in Italy di cui dovremmo essere più che fieri, Elena è ancora pressoché ignota al grande pubblico: voi avete mai sentito parlare di una scuola a lei dedicata? Io no…
La città che l’ha incoronata Dottore in Filosofia, le rende omaggio con una statua proprio a Palazzo Bo, il prestigioso palazzo dell’Università. La trovate vicino alla scala che dà accesso al loggiato superiore del cortile antico.

I limiti degli edifici padovani
Passeggiando per il centro storico di Padova è bene buttare un occhio a terra per poter scoprire in un certo senso, una città che ora non c’è più. Non è infatti così difficile vedere una scritta che racconta i vecchi limiti di Padova (degli edifici o delle vecchi contrade). Allenate l’occhio e andate alla ricerca dei limiti! 😉

Il proiettile conficcato nel Caffè Pedrocchi
Come promesso sopra, torno a parlare del Caffè Pedrocchi. Abbiamo già fatto cenno alla sua importanza storica, senza forse approfondire il fatto che proprio qui, durante il Risorgimento, professori e studenti si riunivano per organizzare i moti contro gli austriaci. A testimonianza di ciò nella sala bianca al pianterreno è possibile vedere ancora oggi un proiettile conficcato nel muro, che fu fatto esplodere l’8 febbraio 1848, proprio nel giorno in cui la popolazione insorse contro l’esercito austriaco.
Non è un caso che al piano superiore del Caffé Pedrocchi si trovi il Museo del Risorgimento (visita a pagamento).

Il segno zodiacale mancante
Spostiamoci ora in piazza dei Signori e alziamo lo sguardo per ammirare il bell’orologio astronomico collocato nella Torre dell’Orologio. Notate nulla di strano? Osservate bene (vi do un indizio: contate i segni dello Zodiaco in esso rappresentati): non ci sono tutti, ma manca la Bilancia! Non si tratta però di una dimenticanza, la cosa è voluta dato che nel sistema zodiacale pre-romano a cui si ispira l’orologio, le costellazioni dello Scorpione e della Bilancia erano unite in una sola. A onor del vero, quando l’orologio venne costruito conteneva anche la Bilancia, ma fu fatta togliere in epoca successiva, appunto per allinearsi alla tradizione.
Come succede sempre in questi casi, è la leggenda popolare che ci regala l’interpretazione più divertente e colorita: il fatto che manchi la Bilancia è una ripicca del costruttore fatta nel momento in cui venne a conoscenza che avrebbe beccato meno soldi di quelli pattuiti dai committenti.
Comunque siano andate le cose -io voto la credenza popolare!- l’osservatore attento potrà trovare la Bilancia mancante nel basamento in marmo che regge il pennone, collocato proprio davanti alla torre.

La Pietra del Vituperio
Avete mai sentito dire restare in braghe di tela? Scommetto di sì, ma scommetto che non sapete che questo detto nasce proprio a Padova ed è legato a un rito vagamente umiliante, a cui dovevano sottostare i debitori insolventi: dopo essersi spogliati e rimasti in biancheria intima (NB ciò succedeva un po’ di tempo fa, quando la biancheria non era esattamente come la intendiamo oggi ma c’erano appunto… le braghe di tela!) dovevano battere per tre volte le natiche nella Pietra del Vituperio, pronunciando ogni volta la frase cedo bonis (rinuncio ai beni) davanti a un pubblico di almeno 100 persone, dopodiché venivano espulsi dalla città.
La Pietra del Vituperio è un un blocco di porfido nero su una base quadrata a tre gradini ed è oggi conservata all’interno del Palazzo della Ragione. Chiaramente non viene più utilizzata 🙂

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